Gita: Escursioni fuori dall’Ego

Vedere in modo spaziale gli eventi della mente e della coscienza è un approccio molto particolare che può capirsi ed applicarsi soltanto dopo aver avuto almeno una esperienza con la luce divina.

Nelle più affidabili tecniche di meditazione e con svariati sistemi, infatti, si procede quasi sempre all’innalzamento della zona di presenza del punto di consapevolezza dal basso verso l’alto sino ad arrivare ad un livello dove la coscienza “vede” la luce. Successivamente si tenterà di integrare questa visione “dall’alto” con le realtà che si trovano “in basso”.

Che si salga lungo la colonna vertebrale grazie all’impulso della kundalini canalizzato nella sushumna o con la spinta del respiro nel Du Mai, oppure che si reciti un mantra che porta a sintonizzarsi con vibrazioni “più elevate” o che si visualizzi una divinità sulla cima della testa od ancora più in alto, la tecnica darà risultati eccezionali sempreché la coscienza riesca a spostarsi verso l’alto e poi verso livelli più sottili raggiungendo la dimensione più elevata possibile cioè quella divina.

Per questo motivo quelle persone che nella loro storia si sono precluse questa dimensione divina, rifiutandone il concetto o perché arrabbiate con essa, non avranno nessun successo nell’ascendere e considereranno inesistente o immaginaria tale dimensione. Anzi, una gran parte di essi, spinti da forze che tendono al basso, si daranno un gran da fare per cercare di negare la realtà spirituale che per loro, non avendola mai provata con consapevolezza, è soltanto una mera fantasia psicologica.

Se togliamo “l’alto” alla coscienza, in effetti, essa potrà procedere soltanto verso il basso e questo è anche il luogo dove la mente pone le cose considerate “basse”, le più oscure, cioè le più lontane dalla luce.

La mente, infatti, disloca spazialmente rispetto al corpo ogni sua espressione. Pone “indietro” il “passato”, “appena davanti” al corpo il “presente” ed il “futuro immediato”, più “lontano in avanti” il “futuro”. Pone “vicino” le cose e le persone “vicine”, “dentro” i pensieri e le emozioni inespressi e “fuori” quelli esternati. Attacca al corpo le immagini delle persone e delle cose a cui siamo più “attaccati” e mette lontano quelle che non ci fanno né caldo né freddo. Ma pone vicinissimo o dentro anche ciò che odiamo perché questo forte sentimento è “nostro” e quindi non può che “stare da noi”.

Inoltre seppellisce dentro al corpo, sotto molti altri ricordi o ricostruzioni mentali, le esperienze emozionali terribili od imbarazzanti in quella che si può definire una bolla di disarmonia.

Questo paesaggio è quindi molto diverso per ognuno di noi e determina come reagiamo agli eventi, quel che crediamo o pensiamo e cosa facciamo. È il nostro Ego. Siamo dunque non liberi, ma, in effetti, prigionieri di noi stessi, prigionieri del nostro stesso Ego!

Chi procede su un sentiero spirituale cerca dunque di uscire da questa visione limitata, di cui sente l’oppressione, rilassando le proprie tensioni per arrivare a “luoghi” dove sia possibile percepire la vera libertà ed una fortissima sensazione di pace che dopo un po’ diventa beatitudine.

Ma alla fine della meditazione si ritorna al proprio ego con le sue visioni limitate, le sue tensioni e la sua mancanza di pace. Si “ritorna” comunque con una esperienza che ci arricchisce, che da speranza ed in effetti modifica di volta in volta il paesaggio dell’ego.

Per dare, però, una svolta definitiva e non perdere continuamente la dimensione spirituale si rende necessario procedere ad un lavoro di purificazione dell’ego dalle sue tensioni più profonde e da quelle credenze che sono in contraddizione con le nuove esperienze spirituali.

Ma se ci purificassimo completamente dall’ego quindi da tutte le nostre visioni limitate, cosa rimarrebbe di noi? Qual è, cioè, quella parte di me che va in “gita” nella luce durante la meditazione? In definitiva la famosa domanda: “chi sono io”?

Per avere una idea di ciò di cui stiamo parlando spostatevi indietro nel tempo fino a raggiungere quello stato in cui l’ego non era troppo formato e, tirando fuori qualche foto, guardate negli occhi di quel bambino che appena cominciava a camminare. Vedrete il riflesso di quell’ “anima” che è sotto le sovrastrutture attuali dell’ego, che mostra forse alcuni residui degli ego di altre vite, ma in cui sicuramente potrete intravedere il vostro spirito originario.

A questa domanda, come sappiamo, sono molti i personaggi famosi ad aver tentato di dare una risposta. Chi conosce la dimensione spirituale sa intravedere in tante di queste (risposte) la speculazione mentale di un ego che nega, a volte ostentatamente, tale dimensione, fallendo quindi nel trovare risposte vicine al vero, proprio perché tenta di descrivere la realtà tralasciandone una parte fondamentale, anche se non visibile dall’occhio fisico.

Anche chi descrive il mondo dello spirito con parole o costruzioni mentali sovrabbondanti, come hanno fatto nei millenni alcune grandi religioni, finisce per brancolare nel “buio illuminato artificialmente” delle “riproduzioni mentali” di una realtà, che per verificarla si dovrebbe invece accedervi direttamente, ed arriva a conclusioni altisonanti che però non colgono pienamente il segno.

Non rimane, quindi, che consigliare un “accesso diretto” senza tante parole né descrizioni, nel silenzio di una mente ottenuto allontanandosi dal nucleo egoico in una direzione elevata e luminosa, superando le barriere delle immagini di divinità create e sostenute dalle menti di milioni di individui nel corso di qualche migliaia di anni, per arrivare a scoprire direttamente quella realtà di cui facciamo parte e comprendere veramente il nostro ruolo e chi “io sono”.

È questa l’avventura più bella.

Emanuele Russo
Gruppo Vacanze Avventure nel Mondo… dello Spirito!

Scritto in forma di articolo e pubblicato su LUX Terrae n.4, anno II, n. 6, Ottobre 2011. 

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