Immagini mentali

Ma torniamo ai flussi di pensiero come flussi di particelle. Possiamo ipotizzare che questi flussi si muovano passando da alcune “stazioni”. Queste stazioni sono le immagini mentali.

Supponete per un momento di essere in uno spazio infinito e luminoso e di potervi muovere liberamente volteggiando. Immaginate di vedere da lontano un punto colorato e attratti da questo decidete di avvicinarvi. Man mano che vi avvicinate, quello che prima sembrava soltanto un punto diventa sempre più grande, mostrando una zona complessa formata da varie geometrie diversamente colorate.

Quando, infine, entrate in questa zona, ecco che come d’incanto tutto cambia e ci si ritrova in un luogo conosciuto, un ambiente familiare come può essere un angolo della propria casa.
Questo luogo è un ricordo, un pensiero configurato in un altro tempo, dove sono state “impresse” immagini, emozioni, suoni, odori, sensazioni, pensieri.

Ed il luogo in cui si trova è una piccolissima zona contenuta nel corpo. Si proprio così, nel corpo, non necessariamente nel cervello.

Normalmente questo processo avviene in modo inconscio e velocissimo per cui ci si trova semplicemente in un posto, una immagine mentale e dopo un po’ si finisce precipitosamente in un’altra. Con la pratica meditativa, invece, è possibile rallentare la velocità del pensiero al punto da riuscire a “vedere” gli spazi tra le immagini mentali ed addirittura a collocarli spazialmente all’interno del proprio corpo.

Il luogo dove si collocano le immagini nel corpo non è mai casuale. Si tratta sempre di zone che hanno a che vedere con gli organi in funzione al momento. Ad esempio l’immagine associata ad una azione di dare qualcosa a qualcuno si associa facilmente alle mani, ma se è connessa maggiormente all’affettività si collega al cuore o alla zona cardiaca.

In effetti è la mente che decide dove collocare le immagini e lo fa a seconda delle concezioni culturali in cui si è stati educati perché queste “formattano” la mente.

Torna a 4. Come funziona il pensiero

Vai a 6. Tensioni mentali

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0 commenti

  1. 10 dicembre 2012 – 11:43
    Ciao Emanuele.
    Il fatto che è il corpo (e non la mente)a diventare luogo della memoria è un concetto molto interessante e soprattutto di grande portata. Basta pensare a cosa è andato incontro il Dott. Hamer per averlo verificato anche statisticamente e cercato di divulgare.

    Mi viene da pensare che il corpo non sia solo una “macchina” per muoversi e vivere, ma un riassunto “fisico” della nostra esperienza e vita. Vorrei meglio capire il perchè di questa funzione.

    Mi chiedo anche se anche la comprensione, e non solo la memoria, avviene per mezzo del corpo. Si sente talvolta dire per esempio: “a pelle quella situazione /persona non mi convince”. Anche la pelle ha forse capacità non conosciute (come dice Bruce Lipton)?

    Del resto il “cervello” di una cellula è costituito dalla sua membrana, a contatto con l’”esterno”, e restituisce in automatico le risposte alle sollecitazioni esterne. Il corpo, salendo di un ordine di “grandezza”, è fatto di cellule, e forse a sua volta è una cellula di qualcos’altro di più grande, con il compito di mantenere memoria della sua parte di informazioni?

    Quando serbiamo rancore verso qualcuno SIAMO NOI I PRIMI A SOFFRIRNE…

    mi ha colpito parecchio, la frase che mi è comparsa aprendo il sito. Aggiungerei che l’unico modo per tagliare col passato è il perdono.

    • Emanuele Russo

      Gran parte delle cellule del corpo vengono rigenerate ogni 3-6 mesi. La mente non è il cervello che si trova solo nella testa, bensì un campo di energia “quantica” multilivello che si trova in gran parte a condividere lo stesso spazio del corpo.
      Quando si formano le cellule, queste vengono influenzate dalla condizione della mente nello spazio condiviso secondo utilizzo e funzioni. Questo spiega parte della psicosomatica.
      La comprensione “a pelle” può avere qualche attinenza percependo condizioni analoghe/opposte al luogo più “esposto”…

    • Emanuele Russo

      >Quando serbiamo rancore verso qualcuno SIAMO NOI I PRIMI A SOFFRIRNE…

      >mi ha colpito parecchio, la frase che mi è comparsa aprendo il sito.
      >Aggiungerei che l’unico modo per tagliare col passato è il perdono.

      Il “perdono” è un atto che ha valenze troppo confuse con la dottrina cattolica per comprendersi bene.

      Meglio dire che “il rancore è un ricordo non piacevole che trattengo all’interno del mio sistema mente/corpo… sarebbe bene rilasciare questa energia con un *atto di comprensione* delle situazioni in cui si è creato”

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